IDENTITA' IN RETE O....

“… i nativi rendono pubblica la loro identità. La socializzano sui blog e i social network, mettendo in atto una trasversalità espressiva nuova, in cui la reputazione pubblica diventa il loro capitale. E questo potrebbe sembrare un dato positivo, ma ha anche i suoi lati negativi … la memoria personale è ovunque … l’identità diventa sempre più fluida. In rete ci sono moltissime tracce del nostro sé: quelle lasciate da noi e quelle pubblicate da altri.”
Non sono una nativa digitale, ma una migrante digitale, cresciuta attraverso tutte quelle esperienze di vita (affettive, familiari, sociali, culturali..) che mi hanno permesso di essere come sono oggi e di costruire la mia identità che è comunque sempre in evoluzione. Ricordo quanto poco ristretta mi sembrava la mia famiglia, che si allargava a parenti, amici e alla contrada, dove ognuno sapeva tutto di tutti e dove tutti erano pronti a dare una mano. Ricordo quanto per me fosse, ad esempio, duro vivere in una comunità dove predominavano bambini maschi (solo i miei vicini di casa ne avevano sette di varia età) che, forti delle loro “bande”, lasciavano poco spazio alla sensibilità femminile e di come occorreva essere determinati per diventare “membri” di un gruppo di gioco. Ho riso, ho pianto, ho osservato le persone, ho imparato a cogliere anche impercettibili segnali non verbali, ho studiato, ho avuto parecchie delusioni, tante gioie … ho provato a conoscermi e ad imparare a relazionarmi con gli altri. Penso in particolare alla mia esperienza di formazione con il teatro, alla mia voglia di sperimentare “altro da me", per capire e scoprire nuove possibilità, nuove trasformazioni. Inconsciamente o consciamente, ho insomma cercato di costruire la mia identità in un mondo analogico che mi permetteva di accedere ad una tecnologia (stampa, televisione, fotografia ...) sicuramente diversa da quella di oggi. La tecnologia infatti si è evoluta ed anche l’umanità si è evoluta, in un rapporto di stretta reciprocità e di interconnessione, per cui si può ben ricordare come "ogni uomo sia figlio del suo tempo”.
Oggi possiamo parlare di nativi digitali (anche se non in tutte le parti del mondo è così) che hanno un altro modo di rapportarsi con la realtà e con le persone, attraverso un’interazione facile e naturale con la tecnologia che vede bambini sempre più piccoli maneggiare e giocherellare con telefonini, videogiochi, telecomandi, computer … sviluppando facoltà cognitive, emotive e relazionali diverse da quelle che posso avere maturato io alla loro età. Lo dimostra il fatto di come noi adulti facciamo molta più fatica ad imparare ad utilizzare questi strumenti. L’identità, che quelli come me l’hanno costruita in un mondo fatto di incontri e scontri faccia a faccia e di esperienze vissute nella realtà, per i nativi digitali è costruita anche attraverso il mondo digitale e virtuale dove l’apprendimento si fa più percettivo che simbolico e dove le emozioni sono ben rappresentate più che vissute.
L’evoluzione del Web in particolare che vede con il Web 2.0 la possibilità non solo di una fruizione passiva del sapere, pur in una logica ipertestuale, ma anche l’opportunità di interagire e costruire collettivamente il sapere, ha portato anche alla condivisione delle identità dei suoi utenti. Strumenti come i blog o i social network… vedono in particolare un aumento sempre più grande di giovani, che socializzano, non solo verbalmente, ma utilizzando tutte quelle modalità espressive (audio , video…) la cui combinazione consente di entrare più facilmente nel mondo delle forti sensazioni e delle emozioni. Second life permette inoltre di vivere una seconda vita virtuale e una diversa identità, entrando con il proprio immaginario, i propri sogni, ma anche con qualcosa di più complesso, che è da ricercare nelle dinamiche cognitive, psicologiche, affettive, relazionali di ognuno di noi.
Ma come può essere questa identità? Perché Kerchhove la definisce sempre più fluida?
Vi sono secondo me delle considerazioni importanti da fare. La nuova tecnologia si presenta come un ambito di natura eterogenea sotto vari punti di vista, soprattutto in campo comunicativo, il quale ha delle caratteristiche molto diverse dal mondo reale. L’invisibilità dei soggetti nello scambio comunicativo ha, insita, la possibilità di un anonimato che dà l’opportunità di nascondere la propria identità e di presentarne una o più di fittizie. Qui si apre un’altra importante riflessione sulla motivazione che può spingere a ricercare nuove identità e sui rischi che questo comporta. Vi può essere il semplice desiderio di vivere nuove esperienze, ricercare nuovi ruoli e sperimentare diverse modalità di porsi di fronte alle più svariate situazioni e questo sicuramente può contribuire alla costruzione della propria identità che si arricchisce di nuove soluzioni e nuove possibilità. Oppure vi è il malessere più profondo di forte insoddisfazione di se stessi e della vita personale, che porta a proiettare un’identità immaginaria che viaggia parallela alla propria, con il rischio di accettarsi e stare bene solo nella dimensione virtuale e non in quella reale e la conseguente difficoltà di vivere la propria realtà. Vi può essere il desiderio di aumentare le possibilità di socializzazione per compensarne una carenza, ma vi è anche quello di far emergere, attraverso il gioco di ruolo, tendenze distruttive verso gli altri e verso se stessi che magari si rivelano nella realtà quando è ormai troppo tardi. Mi riferisco a fatti di cronaca che scuotono l’opinione pubblica per omicidi o suicidi anticipati virtualmente, che forse potevano essere evitati.
L’identità in questo modo si può scindere in più frammenti e spingersi verso direzioni differenti di esplorazione, con il rischio di perdersi nei meandri delle esperienze che, per essere significative e costruttive, avrebbero invece bisogno di essere vissute attraverso la globalità della propria coscienza e persona. La possibilità di lasciare un’identità per un’altra, di nascondere difetti ed esaltare pregi, di dividere, a volte con grande fatica, la nostra attenzione verso cose e persone che richiedono la nostra interazione, comporta il rischio, non solo di perderci in un labirinto di relazioni e situazioni, ma anche di perdere il concetto autentico di Sé, quello in cui riconoscerci veramente. L’identità diventa così sempre più fluida, perché frammentata, capace di insinuarsi in più situazioni virtuali che sono comunque situazioni deboli, perché i fattori esterni hanno un’influenza quasi inesistente, ma incapace di affrontare le situazioni incerte della vita reale.
L’esigenza a volte estrema di rincorrere un “ io ideale” e di colmare la discordanza con “l’io reale” mi porta a prendere in considerazione la rappresentazione di sè che ognuno ha, che veicola e regola il proprio comportamento sociale sia nel mondo reale che in quello virtuale, con la differenza che in quest’ultimo la libertà totale di espressione e partecipazione include anche ad una debole regolamentazione dei comportamenti.
Una buona rappresentazione di sé porta ad una costruttiva interazione con la realtà, viceversa, porta ad insicurezze, difficoltà nella relazione e nell’affrontare gli eventi della vita. Un’io indipendente vive secondo un proprio orientamento interno, è forte nell’identità personale ed è capace di esprimere le proprie qualità personali e di descrivere se stesso secondo le proprie caratteristiche psicologiche. Si esprime in modo creativo e si adatta facilmente a situazioni incerte cambiando le proprie tendenze, non tanto perché l’ambiente lo richiede, quanto per un suo bisogno interiore. Un ‘io interdipendente invece si realizza in funzione delle aspettative che l’ambiente richiede e tutti i suoi sforzi sono concentrati sulla costruzione, conscia o inconscia, di un’identità che porti ad impressioni positive su se stessi, orientando il proprio comportamento a seconda delle richieste esterne; spesso non è in grado di tollerare né di affrontare le avversità e le contraddizioni della vita.
Queste riflessioni tentano di capire anche un altro fenomeno che impervia ormai nella Rete virtuale e che, al contrario dell’anonimato, dà la possibilità di una grande e diversificata pubblicizzazione della propria identità, spalancando le porte ad esibizionismi, presenze esagerate e a significativi rischi. I blog, i social network, le pagine personali, più che finalizzati a comunicare “con qualcuno di qualcosa”, spesso sono “mostra del sé” che può sfociare in ammiccanti inviti ad essere guardati e farsi guardare, da tutti. Ognuno può quindi correre affannosamente verso la costruzione di un’immagine virtuale che è a volte ben lontana dalla realtà con il rischio di perdere di vista la vera essenza del proprio essere dando priorità all’apparire. L’immagine copre la vera identità e la vera identità rischia di non essere più identificabile. Le modalità poi con cui possiamo “sponsorizzarci”, che gli strumenti messi a disposizione consentono, sono inoltre molteplici, ma spesso sfociano in “autoscatti” di estrema volgarità, fino ad arrivare a parlare di sé sotto le vesti più trasgressive. In realtà dietro quelle immagini e quelle intimità, messe in piazza, vi sono problematiche e bisogni che andrebbero analizzati più che giudicati e che chiamano in causa tutta la società e la sua evoluzione in rapporto anche all’evoluzione della tecnologia stessa.
Rendere pubblica la propria identità e poter rendere pubblica quella degli altri, pone anche il grande problema della privacy che oggi è più che mai violata. Tutte le tracce che lasciamo dietro di noi sono recuperabili e utilizzabili in qualsiasi momento e per qualsiasi scopo. Il rispetto della regolamentazione di un comportamento sociale corretto, all’interno della comunità virtuale, non sempre infatti fa parte del bagaglio di un viaggiatore virtuale, soprattutto quando il suo scopo non è comunicare, ma produrre, diffondere e stupire sentendosi onnipotente. Di questo ne danno ad esempio dimostrazione i vari video ripresi dai cellulari e pubblicati su Youtube, che svelano azioni più o meno sconcertanti di violenza, sesso, stupri, droga, razzismo, di persone insospettabili: insegnanti , politici, ma anche donne, uomini, ragazzi di tutti i giorni che potrebbero ritrovarsi a loro insaputa nel Web per bravate, atti goliardici o per particolari vizi. Certo questo potrebbe permettere di avere da parte della giustizia elementi importanti per poter risalire a fatti eclatanti di violenza. Ciò non toglie che il problema della tutela della privacy possa portare a vivere la stessa libertà che Il Web offre, come una prigione in cui paradossalmente stare molto attenti a come “muoversi” per non essere lesi nella propria reputazione o male interpretati. Se da un lato infatti si accetta il moltiplicarsi di relazioni, di simulazioni e si gode dell’intreccio e della connessione di saperi e di scambi comunicativi, dall’altro lato si ha la sensazione di un controllo sempre più invasivo che permette di entrare nelle nostre abitudini, preferenze e intimità.
Certamente, da quando il mondo è mondo, la tendenza a curiosare nei fatti degli altri c’è sempre stata … anche nella mia contrada dove in poco tempo si condivideva tutto, problemi, dispiaceri, gioie e si sapeva di tutti, dal litigio fra mariti e mogli, ai tradimenti, alle marachelle dei bambini, alle disgrazie … spesso bisticciando fra vicini proprio perché era stato portato di casa in casa ciò che era stato visto o sentito. Oggi proprio perché gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione offrono una modalità di interazione sociale e di diffusione più allargata e immediata, le persone sono chiamate all’assunzione di una maggiore responsabilità e di un’etica globale che regoli la comune convivenza, sia essa reale che virtuale.
Il mio ultimo pensiero va alla nuova generazione che deve costruire la propria identità in un mondo dove sembra più difficile di un tempo farlo. Credo che il loro bisogno di esibizionismo, di protagonismo, di sensazioni forti spesso estreme, di cercare di realizzare i propri sogni attraverso identità virtuali, di condividere e raccontarsi anche negli aspetti più sconcertanti nello spazio cibernetico, debba far riflettere sui loro più sotterranei bisogni. Penso che abbiano necessità di essere ascoltati, capiti ed aiutati nella costruzione di un’identità non fluida, ma forte nell’essere e non nell’apparire, capace di affrontare le relazioni e le esperienze di vita del mondo reale. Non è sicuramente demonizzando uno strumento e impedendo loro di vivere l’evoluzione della tecnologia che noi migranti digitali lo possiamo fare. Credo che entrare insieme a loro nel mondo virtuale sia una grande opportunità educativa, non solo per tentare di colmare il gap generazionale che è ormai evidente, ma soprattutto per comprenderli. E' necessario quindi, come sottolinea lo sociologo Gian Maria Fara che "siano proprio gli adulti, intesi in una concezione più ampia come le Istituzioni, la politica, il corpo sociale ad appropriarsi di nuove conoscenze e dotarsi degli strumenti più adatti per aprire il dialogo con le nuove generazioni".


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